09.06.2015

ECUADOR RURALE

09.06.2015

ECUADOR RURALE

_MG_8579

Quito è una città totale, circondata da altezze e da ombre di vulcani maestosi, protegge il suo cuore da qualsiasi follia, la sua eleganza si manifesta con un centro storico splendente, con le sue mille chiese coloniali, che sono prestigioso patrimonio Unesco.

Quito offre anche molti Belvedere, e proprio da uno di questi “mirador” comincia il nostro viaggio nelle viscere di un Paese magico e rurale: l’Ecuador!

Nel punto più alto del barrio Bellavista spicca, infatti, luminoso un luogo denso di energia e di arte: la casa-museo, oggi fondazione, di un pittore eccezionale: Oswaldo Guayasimin. Ignari della sua forza espressiva, quando entrammo per la prima volta in questo luogo, rimanemmo attratti dalle geometrie e dagli spazi di quella villa. Giochi di luce, macchie di verde, sculture, pareti bianche, pavimenti in Parque, o in cotto, sculture eccentriche, ampie vetrate. Un paradiso architettonico, evidentemente frutto dell’immaginazione di un genio. A gelare le nostre prospettive furono però i suoi quadri, conseguenza di un amore folle per un continente, l’America Latina, e per la sua gente. Le sue opere denunciavano chiaramente le sofferenze subite dalle genti indigene nel corso dei secoli, inflitte loro dalla folle avidità degli europei.

_MG_8568

(Sapete quanto amo i riflessi e questa piscina faceva esattamente al caso mio! Grazie al riflesso che occupa la parte inferiore dello scatto, è possibile suddividere quest’immagine in 3 parti rispettando le regole classiche di composizione ma, la cosa più importante è che l’immagine riflessa nella piscina completa la parte superiore del cielo arricchendola di dettagli e soprattutto dando profondità alla fotografia.)

Guayasamin dipingeva l’Inferno e l’infinita disperazione che la Civiltà aveva inflitto, o meglio imposto, agli “uomini ecologici”, ossia quei popoli che per secoli avevano convissuto armonicamente con la Natura.

I quadri di Guayasamin ci rimasero impressi nella mente, sin da subito, e si può dire che ci spinsero a compiere un coraggioso volo pindarico, abbandonando la rotta classica delle città e della costa per tuffarci nel cuore di un Paese ricco di tradizioni, e soprattutto di etnie.

_MG_8626

_MG_8607

La sua arte fu spunto, quindi, per un excursus antropologico, che per noi incominciò nel sud dell’Ecuador, nella provincia di Loja, più precisamente nel distretto di Zamora-Cincipe.

Nella parte più settentrionale c’è un paese, Saraguro, che dà il nome alla comunità indigena locale: i Saraguros. La loro economia è ancora totalmente legata alla terra, alla coltivazione del mais, all’allevamento e alla produzione del formaggio. Solo da poco alcune famiglie si stanno aprendo ad un turismo comunitario.

I loro abiti sono neri, si dice, in nome del lutto per la scomparsa dell’ultimo Inca; sia donne che uomini indossano bombette in feltro piuttosto buffi. Gli uomini portano, inoltre, dei pantaloni quasi alla zuava, nonostante il clima abbastanza rigido, oltre a capelli lunghi, raccolti in unica treccia.

_MG_6852

_MG_6885

Passammo alcune giornate con una famiglia Saraguro, in una casa semplice, piuttosto fredda, ma riscaldata dal calore dei numerosi componenti. Mangiammo humitas, mote, latte di Choclo, tutte pietanze a base di mais. Visitammo, poi, le silenziose valli circostanti, che nascondono scorci di montagna suggestivi e persino cascate e rivoli d’acqua.

Poi ripartimmo, verso il cuore delle Ande, attratti da un nome evocativo: Salinas de Guaranda, un paesino di poco più di 3000 anime, la cui economia si è sviluppata gradualmente in seguito all’arrivo di un padre salesiano, Don Antonio, che nel giro di 40 anni ha impostato un’economia solida, basata sulla produzione del formaggio, del cacao, degli oli essenziali e dando impiego alla maggior parte delle famiglie locali. Un vero e proprio miracolo…economico! Qui, ad oltre 3500 metri S.l.m, la vita scorre lenta, scandita dai ritmi naturali. Ciò che ci colpì fu però l’alta densità di comunità indigene, ben 30, che vivono nei dintorni di Salinas, spesso in luoghi remoti e quasi inaccessibili.

_MG_7590

(La nebbia, che meraviglia la nebbia! da un punto di vista fotografico ovviamente…! eh sì, questa condizione atmosferica, se sfruttata bene, può creare degli interessanti giochi di piani e prospettive. Diventa difficile mettere perfettamente a fuoco il soggetto ma è proprio questo il bello: niente è definito, niente è nitido, tutto si percepisce e il resto si  immagina. Fotografare è raccontare e in questo caso, il mio intento era parlarvi di luoghi impervi, difficili da raggiungere, freddi e angusti…ecco che la nebbia va a pennello!)

_MG_7625

Per conoscere meglio quel ricco patrimonio culturale e antropologico, accettammo di buon grado l’ospitalità di una famiglia di missionari. Con il loro fuoristrada, l’unico mezzo in grado di affrontare le irte e scoscese strade di montagna che uniscono le varie comunità, visitammo prima la comunità Chaopi, che ancora parla, oltre allo spagnolo, lingua Kichua. In quel piccolo villaggio saremmo entrati in stretto contatto con gente umile, timida, ma saggia, e avremmo conosciuto la straordinaria abilità delle donne nel lavorare le fibre vegetali, ricavandone manufatti utili alla vita di ogni giorno.

Visitammo poi la comunità di Simiatug, un paesino fantasma con ancora qualche casa fatta di fango e paglia, che però il giovedì ospita un mercato che non ha nulla da invidiare a quello più famoso di Otavalo, a 100 km da Quito. In quest’occasione, gli indigeni di tutte le comunità circostanti scendono a Simiatug per proporre le loro merci, di solito pelli, manufatti, frutta e animali. Un orchestra di voci e una raccolta di indigeni in costume tradizionale affollano le vie polverose di Simiatug, lasciando qualunque forestiero esterrefatto da tanta vita.

La voce di quell’Ecuador rurale si faceva sempre più acuta così come la convinzione di aver scoperto un Paese tanto ricco di tradizioni quanto vario e generoso nei paesaggi paesaggi naturali. Qualcosa di molto lontano dalle nostre iniziali aspettative, un tesoro culturale e antropologico luccicante come l’oro dell’ultimo Re Inca Atahualpa, quello stesso oro di cui si impadronirono con l’inganno e la perfidia i conquistadores.

A contrario di quell’oro, però le tradizioni di questo Paese sono ancora visibili e l’Ecuador continua ad essere per gran parte un mondo sano e rurale.

_MG_7940

(Fotografare persone dei villaggi autoctoni non è mai semplice, vedono la macchina fotografica come un mezzo di sfruttamento e invasione della loro immagine. Purtroppo questo è dovuto ai troppi turisti e fotografi poco sensibili che senza chiedere, scattano senza ritegno e senza dare alcuna spiegazione; questa gente si sente giustamente defraudata e non accetta più di essere scattata. Per poter avere il loro permesso è necessario farsi conoscere, farsi accettare e instaurare una relazione..per fare tutto ciò ci vuole tempo, apertura e comprensione. Insisto nel dire che “Fotografia” non è solo scattare, non è solo tecnica e non è solo avere buon gusto nel comporre un’immagine, al di là dell’obiettivo fotografico ci sono persone ed è necessario che chi decide di scattarle sia in grado di relazionarsi con loro, creando un rapporto di fiducia)

Testo di Rocco D’Alessadro
Foto di Giulia Magnaguagno
(www.giuliamagg.com)

Continuate a seguirci su…

www.vitaminaproject.com
FB: https://www.facebook.com/pages/Vitamina-Project/1443855189225661
INSTAGRAM: https://instagram.com/vitaminaproject/

Rocco e Giulia, italiani, trentenni. Nella vita archeologo e fotografa. Insieme hanno creato Vitamina Project, un progetto che si propone di divulgare una filosofia di viaggio eco-sostenibile e low-budget, sempre attenta alle diversità dei popoli e delle culture.
Vitamina Project racconta di un lungo viaggio attraverso tutta l’America Latina: da Buenos Aires a Los Angeles senza mai prendere aerei. Un percorso antropologico e sociale che servirà a raccogliere materiale fotografico e scritto, fondamentale per la stesura dei prossimi volumi GUIDA VITAMINA, la prima guida-diario per viaggiatori.

Top