25.07.2015

L’ORO DELLA COLOMBIA ( Cartagena de Indias e la Ciudad Perdida )

25.07.2015

L’ORO DELLA COLOMBIA ( Cartagena de Indias e la Ciudad Perdida )

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(Cartagena è una città coloniale in cui l’architettura e i suoi colori pastello giocano un ruolo predominante. Quando si scatta un edificio, si sta giocando con linee, geometrie e punti di fuga e da qualunque prospettiva si decida di scattare, queste cose devono essere calcolate alla perfezione da parte di chi scatta. Anche questa volta la tecnica di  composizione d’immagine è fondamentale, perciò, occhio alle linee e in bocca al lupo per il vostro scatto!)

Una dolce brezza marina alleviava la calura del dì. Le grida dei commercianti ed il chiacchiericcio dei turisti accompagnavano la vivace mattinata. La mia mente vagava senza sosta, in cerca di quiete. Il balconcino in legno, in perfetto stile coloniale, si affacciava su Calle de la Moneda, una delle tante viuzze del centro storico di Cartagena.

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Cartagena de Indias, il nome suggestivo di una città leggendaria conteneva in se l’essenza della storia della Colonizzazione e del fasto dell’impero di Spagna. Le sue mura in pietra, ancora ben conservate, avevano protetto la città dagli estenuanti attacchi dei corsari olandesi, francesi e inglesi, ed i suoi cannoni avevano difeso fedelmente l’immenso patrimonio storico e architettonico. La cattedrale, la Iglesia de San Pedro Claver, la torre dell’orologio, le eleganti facciate dei vari edifici, tutto era sopravvissuto attraverso i secoli, per la gioia dei numerosi turisti provenienti da tutto il mondo.

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Ma quanti chilometri avevamo percorso prima di giungere sin li, in quella roccaforte cotonata? Tanti, davvero tanti. Un flashback improvviso mi catapultò nel cuore della Sierra Nevada, tra irte salite e freddi ruscelli di acqua cristallina. Nel cuore di quelle montagne così generose, avevamo camminato svariati giorni per giungere al sacro santuario della civiltà Tayrona: la mitica Ciudad Perdida, centro di culto delle etnie indigene ancora esistenti: i Kogi, i Wiwa, gli Ahuanaco.

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Per arrivare sin lì, quanto sudore e quanta forza di volontà avevano segnato indelebilmente la nostra memoria? Eppure di quel sacro tempio era rimasto ben poco, a causa delle ormai scontate “invasioni barbariche”, protrattesi per secoli da dopo Colombo! In tutti i casi, conquistadores o meno, chi arriva sin li, dopo tanta fatica non può che percepire la grande spiritualità di popoli da sempre e per sempre connessi con lo spirito della Natura. Le loro capanne circolari, con tetto conico, che si incontrano lungo il cammino, spuntano tra la fitta vegetazione della Sierra, quasi sempre in prossimità di corsi d’acqua, come fossero dei funghetti magici.

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(Per quest’immagine ho scelto un’ottica fissa 85mm, la particolarità delle ottiche strette è che tendono a “schiacciare” o ravvicinare molto i diversi piani dell’immagine. Accade perciò che la distanza tra un oggetto in primo piano, l’oggetto in secondo piano e lo sfondo, si percepisce molto poco, tutto si muove più o meno su uno stesso, unico piano. La mia idea era di dare la sensazione di tante casette, una vicina all’altra nel bel mezzo del bosco e quest’ottica quindi, faceva proprio al caso mio 😉 )

I personaggi che si affacciano dall’unica porta sembrano usciti dal mondo delle fiabe: di bianco vestiti, con lunghe tuniche, lunghi e lucidi capelli neri ( anche gli uomini ) e un cappello che varia a seconda dell’etnia di appartenenza: i Wiwa, indossano una sorta di copricapo da cow-boy, bianco con una fascia marrone, mentre i misteriosi Kogi, ermetici e schivi a qualsiasi sguardo “straniero”, portano con fierezza uno strano cappello di cotone rigido, a punta, molto simile ad un imbuto rovesciato.Svariate volte, durante il nostro cammino incessante, ci eravamo imbattuti in quegli uomini singolari, fieri testimoni di culture lontane. Inevitabilmente i nostri sguardi si incrociavano con i loro, sguardi di curiosità, di ammirazione,di incertezza. Erano i padroni della foresta e della montagna, ed affrontavano con estrema disinvoltura quelle salite che per noi “profani” erano più che faticose.

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(L’angolazione da cui si decide di inquadrare il soggetto è davvero una scelta importante perchè fa percepire tre cose fondamentali: l’importanza del soggetto, la sua relazione o non relazione con il contesto e l’intenzione del fotografo.In questo caso, scelgo un’inquadratura dal basso verso l’alto perchè voglio dare molta importanza al mio soggetto, contestualizzarlo nel suo ambiente ma senza farlo sentire predominante nell’immagine.)

A volte, vedendoci proseguire come forsennati verso la meta finale, tradivano un sorriso timido, quasi subdolo. Ma come dargli torto! Eravamo diretti verso il loro santuario, senza sapere nemmeno il perché. La Ciudad Perdida, come la chiamiamo noi, Teyuna, come la chiamano loro, ci apparve come un luogo magico, avvolto dal mistero della selva, e arricchito da un arcano irrisolvibile, almeno ai nostri occhi: chi era stato l’artefice di quella meraviglia, ormai quasi solo immaginaria? E che fine avevano fatto quei mirabili costruttori? Alla prima domanda gli studiosi avevano trovato una risposta: la civiltà autrice di quel portento corrispondeva al nome dei Tayrona. Quel che però rimane irrisolto è la loro scomparsa. Sembra che al loro arrivo, i barbari-conquistadores non trovarono più nessuno così che il Tempo finì per convincere la Storia che i Tayrona fossero scomparsi in seguito all’invasione spagnola. La nostra guida Wiwa, però, ci rivelò un’inquietante verità: i loro antenati, ovvero i Tayrona, in occasione dell’arrivo degli europei, emblema di una triste decadenza morale del mondo, avevano lasciato questa Terra per trasferirsi in un altro Pianeta ad illuminare un’altra genia. Per quanto fantascientifica potesse sembrare questa versione, mi colse una grande inquietudine, forse conseguenza di una verità appena rivelata.

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Per giungere all’apice del santuario ogni fedele, e quindi ogni viaggiatore, doveva salire ben 1200 gradini di pietra, stretti e scivolosi. Al termine di quell’ultima fatica, sudati e quasi sopraffatti da visioni, si è soliti incontrare una grande pietra, in posizione verticale la cui superficie sembra contenere una mappa stilizzata: oltre a fiumi, monti e strade, compaiono 4 stelle corrispondenti ai maggiori santuari archeologici dell’America Latina. Da sud a nord si riconoscono Machu Picchu, in Perù, San Augustin, in Colombia, Teyuna, sempre in Colombia e Chichen Itza, in Messico. Queste grandi meraviglie dell’architettura, che nessuno si stancherebbe mai di ammirare, sono state realizzate da civiltà apparentemente ben differenti e distanti l’una dall’altra. Questo é quello che una società scientifica come la nostra ci ha da sempre inculcato. I Wiwa, i Kogi e gli Ahuanaco sono convinti, invece, che esiste un’altra realtà: loro sostengono, senza alcun sussulto, che in un dato momento della storia dell’umanità, sia esistita, o semplicemente sia passata una civiltà molto evoluta che ha realizzato quelle grandiosità per lasciarci un insegnamento, e quindi per indicarci la retta via. Ognuno di noi può accogliere seriamente o sorridere ascoltando questa versione, a seconda della nostra predisposizione, quel che è certo però è che chiunque siano stati quegli uomini, ci hanno lasciato in eredità un tesoro che noi occidentali abbiamo depredato alla prima occasione.

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Quello che solo possiamo fare perciò, dopo secoli di indifferenza, è raggiungere questi luoghi e prostrarci davanti alla sacralità di cui sono intrise quelle pietre. Sicuramente una grande energia ci riconcilierà, almeno per un momento con il cosmo e con la bellezza che ci circonda.

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(Uso un’ottica larga che mi permetta di poter abbracciare più paesaggio possibile, ho con me un 24mm ma anche un 14 o un 17mm potrebbero andare benissimo, l’importante è che non distorcano troppo le linee e non arrotondino troppo l’immagine. A me il 24mm piace particolarmente perchè è in grado di dare un senso di ampiezza ma senza alterare l’immagine o il soggetto)

Testo di Rocco D’Alessadro
Foto di Giulia Magnaguagno
(www.giuliamagg.com)

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Rocco e Giulia, italiani, trentenni. Nella vita archeologo e fotografa. Insieme hanno creato Vitamina Project, un progetto che si propone di divulgare una filosofia di viaggio eco-sostenibile e low-budget, sempre attenta alle diversità dei popoli e delle culture.
Vitamina Project racconta di un lungo viaggio attraverso tutta l’America Latina: da Buenos Aires a Los Angeles senza mai prendere aerei. Un percorso antropologico e sociale che servirà a raccogliere materiale fotografico e scritto, fondamentale per la stesura dei prossimi volumi GUIDA VITAMINA, la prima guida-diario per viaggiatori.

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