16.12.2013

Imbastire coperte di ricordi

16.12.2013

Imbastire coperte di ricordi

CB

Ci sono posti che diventano familiari a forza di vederli passare e ripassare davanti al finestrino dell’auto in corsa.

Posti che sai ti regalerebbero sorprese ancora più grandi se tu avessi voglia di fermare te e il tempo per un po’, per andarli a visitare.

Quasi mai lo si fa purtroppo, convinti come siamo di avere tutto il tempo di questo mondo.

E allora loro, quei posti, continuano a rimanere lì, nel finestrino della tua auto, come istantanee mai scattate.

A meno che un giorno tu non decida di andarci. E come si fa a non lasciarli sfuggire di nuovo, come si può smettere di pensare “mi ci fermerò la prossima volta?”

L’unico modo è di andare proprio lì, direttamente, farne la meta e non il contorno.

Ci sarebbero stati giorni migliori ti dici, di sole pieno e caldo, di luce radente, ma mentre cammini sulla riva del canale per arrivare al ponte ti rendi conto che forse questo posto ama proprio questa luce, che con lei dona il meglio di sé.

Tempo sospeso e appeso alle nuvole basse, un’assenza che più che mettere malinconia sembra un vestito elegantemente indossato. I riflessi così netti che ti pare che ci siano due mondi che si specchiano l’uno nell’altro.

Ho fatto tantissimi scatti cercando di coglierne l’essenza, perché certi luoghi vivono e parlano al di là di chi li percorre o del panorama stesso.

 

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Mentre mi addentravo nel sentiero fiancheggiato dagli alberi, la laguna e il silenzio mi hanno avvolta completamente quasi a volermi indicare la direzione: in fondo, dove tutto è di un grigio-blu che vive di luce propria, anche senza cielo. E’ difficile catturare quel tipo di luce, è quasi un’essenza ed è bella proprio nella sua quasi totale neutralità. Grigi sporchi d’azzurro, abitati solo da uccelli intenti nelle loro occupazioni. In situazioni così si impara cos’è la pazienza, l’arte di aspettare il momento giusto per poter scattare, quella combinazione perfetta che fa della foto una composizione che racconta e parla il suo linguaggio al di là dei propri occhi.

 

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Poi dopo aver respirato tutto quel blu sono arrivata all’angolo perfetto che pareva potesse essere abitato solo dai personaggi delle favole che lì si raccontavano. Fermo e sospeso come tutto il resto, ma vivo. Come se colui che c’è stato  l’ultima volta lo avesse lasciato con l’intento di tornarci a breve, ma non vi fosse poi riuscito.

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Quel che lascia un posto come questo sono più che altro sensazioni e colori, più che veri e propri ricordi.

E dalle foto sono passate al disegno, ciò che l’occhio vede e ciò che la mente rielabora.

Ciò che il luogo mi aveva lasciato volevo avesse nuova vita sulla carta, raccontato da Nini e dal suo personalissimo modo di reinterpretare la mia realtà quotidiana.

Doveva navigare nel bianco e dare solo l’impressione dell’azzurro. Le foglie raccolte là hanno il solo intento di ancorare lo scatto alla realtà tangibile delle cose.

La cicogna tanto aspettata alla fine è arrivata a raccontare la sua parte di storia.

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Cinzia Bolognesi – graphic designer and illustrator

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