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16.01.2019

MESSICO MAYA: CRONACHE DI VIAGGIO DALLO YUCATAN

written by:
Rocco e Giulia | Vitamina Project

16.01.2019

MESSICO MAYA: CRONACHE DI VIAGGIO DALLO YUCATAN

Per tutta l’adolescenza avevo sognato di viaggiare e di scoprire antiche rovine celate da fitte foreste tropicali, di insinuarmi in mondi nascosti e di rivelare i segreti di civiltà leggendarie, una specie di sogno lucido che mi ha aiutato a crescere nella scia di un mito e a seguire l’istinto.
Per tutti quegli anni di visionaria gioventù, non avevo mai rimosso dal comodino del mio letto un vecchio libro ingiallito dal tempo, regalo di un signore con la barba bianca di cui in verità non ricordo nemmeno più il nome. L’autore di quel libro, però lo ricordo bene, era un certo Von Hagen ed il titolo della sua opera era quanto mai evocativo: “ALLA RICERCA DEI MAYA- Gli avventurosi viaggi di Stephens e Catherwood”. Raccontava di due proto-archeologi che animati da una fede incomprensibile, si erano messi in testa di riportare alla luce le vestigia classiche di un popolo leggendario e illuminato, i Maya.

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SFRUTTARE L’OTTICA A DISPOSIZIONE PER OTTENERE L’EFFETTO DESIDERATO
Tutte le volte in cui si scatta, a mia opinione è sempre bene avere chiaro in mente l’idea che vogliamo trasmettere, in base ad essa si trova la maniera di realizzarla sfruttando i mezzi a disposizione. Nel mio caso mi trovavo ad esplorare questi fantastici edifici Maya completamente immersi in una Natura che li accudisce, li protegge e, allo stesso tempo, ne rappresenta la cornice.
In mano avevo un 24mm, ottica secondo me estremamente versatile e utile in diverse situazioni, e l’idea era quella di utilizzare la Natura presente come intelaiatura di quest’opera d’arte rappresentata dagli edifici Maya.

Il 24mm mi permette di avere una visuale più ampia senza perdere di profondità di campo e senza distorsioni, a quel punto l’angolazione è stata fondamentale per far sì che le linee confluissero al centro dell’immagine e verso l’edificio centrale che volevo risaltare mentre l’albero svolgeva il ruolo di cornice, insieme al contrasto delle fronde contro il cielo.

Ci volle un decennio, forse meno, perché io mettessi piede in Messico per la prima volta, sulla scia di quei due pazzi. Al mio fianco c’era una viaggiatrice curiosa e ispirata, con cui ho attraversato poi tutta l’America Latina, è lei l’autrice di tutte le foto che vedete qui intorno.
Quello che successe in quei giorni messicani lo portiamo nel cuore e lo viviamo come un sogno, un viaggio dai tratti onirici che vogliamo raccontarvi in questo diario.

 

Il nostro viaggio alla scoperta dello Yucatan Maya comincia dal sud, dal Pueblo Magico di Bacalar, dove eravamo giunti dopo due giorni di full immersion nel grandioso sito archeologico di Palenque, in Chiapas. Un sito esteso e molto ben conservato, situato nell’estremità occidentale del territorio maya, al bordo dell’altopiano del sud. Qui governò un leggendario re di nome Pacal, oggi sepolto nel grande Tempio delle Iscrizioni, che è il primo grande edificio che balza dinnanzi agli occhi quando si entra nel sito. Un’epifania indimenticabile, giusto compenso per lo sforzo accumulato durante il complicato passaggio di frontiera dal Guatemala al Messico, cui aveva seguito l’attraversamento del Rio Usumacinta, il grande fiume che fa da confine naturale tra i due paesi.

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Ma dicevamo di Bacalar, di questo mondo favoloso che sembra quasi irreale e che si apre sui colori sfavillanti della sua indimenticata laguna, il cui nome è decisamente evocativo: la laguna de los siete colores. Quando si parla di laguna, noi europei siamo abituati ad intendere una zona salmastra avvolta da un paesaggio oscuro, ma a Bacalar di oscuro c’è forse solo il Cenotes Azul, misterioso pozzo acquatico senza fondo, probabile fossile di un cratere preistorico; tutto il resto è bagnato da acque cristalline ed azzurre che sfumano poi nel ceruleo e nel blu intenso.
Un luogo magico che evoca suggestioni e misteri, gli stessi misteri che sono legati al mondo sotterraneo dei Maya, il cosiddetto Inframundo.
I Maya credevano, infatti, che i cenotes, ovvero i cunicoli pieni d’acqua caratteristica di un territorio prevalentemente calcareo, erano le vie di accesso ad un altro mondo, il mondo oltre la vita.

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Ma se si vuole intendere bene il fenomeno dei cenotes, bisogna andare a Tulum, che guarda caso si trova a soli 200 km da qui, verso nord, sulla costa del Quintana Roo.
Quando i Conquistadores raggiunsero questi mari in cerca di fortuna intravidero una specie di fortezza a picco sul mare, qualcosa simile ad un castello, ma non riuscirono ad avvicinarsi, per via della barriera corallina, che impediva alle navi di proseguire verso la costa, e quindi andarono oltre. Quella strana costruzione che videro era El Castillo, l’ultimo baluardo di un impero Maya ormai già in disgregazione. Oggi il sito di Tulum è uno dei più visitati di tutto il Messico, grazie alla sua scenografica posizione a picco sull’azzurro mar dei caraibi. L’intero sito archeologico è molto interessante, ma altrettanto suggestivo è vedere il Castillo dal basso, immersi nelle acque cristalline di questo tratto di costa da sogno. Avevamo accennato però ai cenotes, questi pozzi d’acqua dolce a cielo aperto che ti chiamano, ti invocano e tu non puoi far altro che tuffarti. Ce ne sono diversi nei dintorni di Tulum, molti dei quali già molto popolari. Altri nascosti nella foresta e meno raggiungibili.

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LE FORME NATURALI E LA PROSETTIVA
Qui siamo in uno dei tanti cenotes vicino a Tulum; un vero e proprio regalo della natura o meglio, delle vere e proprie “porte” verso il centro della terra. Sono profondi, lunghissimi corridoi d’acqua e grotte che bucano il sottosuolo e ai quali è possibile accedere attraverso aperture naturali come quella che vedete qui. In questo caso era per me importante considerare varie cose: la profondità di campo che non volevo perdere, l’oscurità del luogo, la necessità di riprodurre il contrasto naturale tra luce e ombra per dare l’idea del “sottosuolo” e soprattutto, rispettare e sfruttare al massimo le forme naturali delle rocce.

Quando scatto, mi concentro sempre su una cosa in particolare all’interno dell’immagine che poi diventerà la protagonista, in questo caso era la limpidezza dell’acqua e l’idea del sottosuolo. In mano ho sempre il mio amato 24mm, trovo il giusto compromesso tra diaframma e otturatore per non perdere troppa profondità di campo e allo stesso tempo riuscire ad avere una luminosità sufficiente perciò setto la macchina così: f: 5,6, tempo d’otturazione a 1/60 e ISO: 640.

Una volta risolta la parte tecnica, cerco l’angolazione giusta considerando le potenzialità della lente ed ecco che mi viene in mente il genio di Gaudì e le sue forme così ispirate al mare…le osservate la parte inferiore dell’immagine non vi ricorda la forma di una conchiglia che si fonde con l’acqua cristallina?

Dopo di che, ci spostiamo verso l’interno, rumbo a oeste, in direzione di Valladolid, uno dei Pueblos più belli dello Yucatan. Un centro importante per l’artigianato e per la divulgazione della cultura Maya, anche se a dire la verità sono i tratti coloniali a prevalere.
Le casette colorate del centro, la grande piazza su cui si affaccia la cattedrale, il Convento di San Bernardino e le numerose boutiques ne fanno un ambito centro turistico.

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Si passa da qui per ristorarsi dai chilometri di viaggio già accumulati e per fare base in vista della trasferta giornaliera a Chichen Itza, il celeberrimo sito Maya.
Quando entri nel suo perimetro e ti ritrovi finalmente ai piedi della grande piramide ti passano davanti agli occhi, come un lampo, tutte le gesta e le genti che hanno reso immortale questa civiltà, e una forte adrenalina ti coglie, trasportandoti indietro nel tempo della leggenda.
Una strana sensazione, indescrivibile, che si ripresenta ogni qualvolta ci si trova dinnanzi ad una grande Piramide.
È stato lo stesso a Uxmal, piccoli, piccolissimi ai piedi della maestosa Piramide dell’Indovino, oppure a Edznà, unici spettatori di un sito incredibile e quasi del tutto ignorato dal turismo di massa. O quando sei sulla cima di uno dei grandiosi templi di Calakmul, al di sopra di tutto, persino della sterminata foresta tropicale. Un dono di una qualche divinità pagana, la ricompensa per aver creduto nella strada e nelle bellezze dei segreti nascosti tra le pieghe del tempo. Rovine senza voce, ma con un’anima immortale, l’anima dei Maya, architetti divini e sacerdoti del sole.

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LE PROPORZIONI SONO IMPORTANTI
Quando ci troviamo di fronte ad edifici di così grandi dimensioni, d’istinto ciò che vorremmo sarebbe poterli scattare con tutta calma, non aver nessuno intorno e proprio rispetto a questo, percepiamo la presenza umana come elemento di disturbo ed è proprio qui che ci si sbaglia secondo me. Nella fotografia, soprattutto quella di viaggio e di reportage, è importantissimo riuscire a sfruttare gli elementi presenti nell’immagine e, in qualche modo, trasformali come qualcosa che gioca a nostro favore e, in questo caso, la presenza di altri esseri umani è stata per me fondamentale.

Ma perché? Penserete voi. Perchè di fronte a cotanta magnificenza, che è data dall’architettura ma soprattutto dalle dimensioni della costruzione, a volte ci si lascia prendere dalla sensazione del momento e ci si dimentica che poi in fotografia, le sensazioni, se non sono ben rappresentate, non si trasmettono. Senza metodi di comparazione, tutto si muove su uno stesso livello, quello bidimensionale e le proporzioni, di grandezza in questo caso, si perdono. Per questo è per me fondamentale che si consideri l’elemento umano che qui svolge un ruolo chiave, quello di dare il senso di grandezza della piramide Maya. 

Rocco e Giulia | Vitamina Project

Rocco e Giulia, classe 1984.
Rocco nella vita è archeologo, accompagnatore turistico e travel blogger mentre Giulia lavora come fotografa professionista e videomaker ormai da parecchi anni.
Insieme hanno creato Vitamina Project, un progetto che si propone di divulgare una filosofia di viaggio eco-sostenibile e di dare assistenza e servizi a tutti coloro che desiderano imparare a viaggiare in maniera autentica e attenta alle diversità dei popoli e delle culture.

Vitamina Project racconta di un lungo viaggio tra i paesi del sud del mondo. Un percorso antropologico e sociale che serve a raccogliere materiale fotografico e scritto, fondamentale per la stesura dei volumi GUIDA VITAMINA, la prima guida-diario per viaggiatori.

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